INTRODUZIONE
Ho vissuto per anni in un quartiere malfamato del capoluogo pugliese.
In casa i colori delle pareti sbiadite facevano da cornice ad una intensa fragranza di umidità.
Al di la della porta un susseguirsi di gradini
irregolari in pietra portava ad un piano sottostante visibile dalla mia piccola
finestra sul cortile. Da li riuscivo a vedere il lato più significativo della
casa dei miei vicini: un WC! Il significato di quella tazza bianca con un
copriwater mezzo rotto era quello di trovarsi in aperta cucina e vicino ad una
finestra… Quella famiglia, che mi terrorizzava per i trascorsi che lasciava
intuire, non aveva un piccolo spazio in cui ci si potesse rifugiare… erano
tutti li in quella stanza: padre, madre, due figli e un pittbull… tutti
costantemente esposti alla terribile presenza di quell’uomo di due metri con
una voce da cavernicolo che si innervosiva molto facilmente e con altrettanta
naturalezza dileguava i suoi malumori picchiando tutti, dalla moglie al
cane…la sua voce rompeva improvvisamente il silenzio dei miei studi…il
piccolo edificio era attraversato da un fremito…poi, come ogni giorno,
iniziava la lotta.
Nella mia altissima sala da pranzo c’era
un’altissima finestra che si apriva dalla parte opposta al cortile. Alle ore
cinque di ogni mattina quella finestra apriva il sipario sull’altra faccia di
quella povertà…ed era concerto: rumori di tricicli a motore che giungevano e
soffocavano le loro marmitte in punti diversi dello spazio, ognuno con il suo
suono di trombone, ognuno con il suo ritmo, e tutti così incredibilmente
facenti parte di un’unica orchestra…Seguivano gli ottoni: ferri arrugginiti
che sbattevano l’uno contro l’altro in un tintinnio che accompagnava i
tromboni in un arricchirsi musicale incalzante…e poi i legni: tavole macerate
dal succo di quei frutti sciolti al sole del sud, tavole che sbattevano sui loro
scheletri di ferro per dare vita ad una distesa di colore, di freschezza, di
folklore…ed era l’ultimo strumento a riempire il vuoto della notte ormai
passata prima che il canto esplodesse nel suo richiamo. Era un canto di
speranza, di sopravvivenza, di disperazione, di gioia, di lotta, di spavalderia
e di umiltà. Una gara canora di soprani e tenori che si sfidavano
contemporaneamente nello stesso concerto: Ci s lava frisc e ci s lava salaaaaaat…Quante
belle cimeeee, quanteeee…Limoooooooo…Le arance a cinquecentooooo…Aiutoooooooo…
Patanriseccooooozzz, s’maang, s’maaaang…È bella è fresca…Men addumeil,
dumeil…Peppiiii t we lva dannaaaanz…oooooooooh…coooooccco bellooooo…Leeeemandorleeee…Daddò
avita passaaaaa…Buongiorno signoraaaa…A jun a jun senza fodr…Signoraaaa l
trris stonn angor ‘nda la bbalt…Non andate da Giovaniiii, venite da
Nicolaaaaaa…Nicooooo l murt ca tiiiiiiin.
Era un concerto cacofonicamente stupendo! Era rozzo,
sboccato e nascondeva storie molto simili a quelle che osservavo dalla mia
finestrella sul cortile…ma era autentico!
Passeggiavo un giorno per i vicoli creati dalle bancarelle, dalle immondizie trabordanti e dalla folla…adoro la pizza di patate di mia madre: 4 uova da “John Lennon”, un po’ di prosciutto da “Don caciotte”, il pan grattato dalla “Fregasoldi”, il contorno di insalata mista dal “Grosso”, una grossa anguria da “Carciofino Adiposo” che d’estate smette di vendere carciofi e si fa un po’ di muscoli con quei bestioni da 10-15 chili l’uno…torno a casa…l’energumeno stava seduto sull’uscio della porta con la maglietta sollevata fino al petto, un paio di pantaloncini che stava per scoppiare insieme allo stereo che urlava ad alto volume in lingua partenopea.
<<Buongiorno>> gli dico…<<Cia>>mi risponde. Entro in casa, chiudo la porta alle spalle…sospiro di sollievo…ma ho dimenticato le patate!!! Lascio tutto sul tavolo, riapro la porta…<<Di nuovo buongiorno>>…<<Ciaa>>…di nuovo nel folklore…le solite urla, le solite note, il solito sciorinare il proprio talento canoro di chi ha una voce adatta! Seguivo la musica per scorgere qualcosa che mi attirasse verso l’ingrediente mancante…ma quella volta il senso rapito non fu l’udito, fu la vista! Franco non ha una voce altisonante, ha dovuto usare l’unica arma a sua disposizione per vincere la sua battaglia…la poesia.
Quella bancarella era la più colorata…le patate non erano lucide come le altre, erano piene di terra perché è da li che venivano…le sue urla non potevano competere con quelle degli altri, erano deboli…ma con il suo gessetto, Franco aveva gridato molto di più e aveva gridato nella stessa lingua che parlavano i suoi rivali…aveva scritto “POTANO GIOLLO – 600”…l’istinto mi portò ad un sorriso, poi ad una risata, poi a nascondermi perché non è educato ridere degli altri…ma lui mi aveva già visto…<<che vuoi?>>…un po’ imbarazzato rispondo…<<quant’è un chilo di patate?>>…<<giovanòòò, 600 lireeee, le vuoi?>>…<<si, me ne dia due chili>>…e pizza di patate fu!
Franco era gia diventato un mito, raccontavo a tutti dei “ciopoddi di acquamorto”, dei “pompiero”, dei “limono copato” e ogni volta si rideva fino a lacrimare.
Un giorno mi venne a trovare un amico di Avellino che vive in Inghilterra e andammo insieme a fare spesa…inutile dire che le risate furono esplosive…<<Questo è da fotografare!!!>>…non so chi di noi due lo disse…presi la macchina fotografica…la prima foto fu “Potano giollo 600”.
Dovevo mandare al mio amico via E-mail ma decisi di fare di più.
Sapevo poco di come si costruisse un sito internet ma mi bastò per creare un logo e pubblicare quelle foto...www.potanogiollo.it...da allora migliaia di visite, centinaia di E-mail, di congratulazioni.
Franco aveva creato un piccolo grande mito…la necessità di sopravvivere aveva trasformato il contadino ignorante in uno “scrittore ambulante” con un grande pregio letterario: l’autenticità.
Mauro Albrizio